Miseria e nobiltà - TeatroMio

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Miseria e Nobiltà
Lo Spettacolo
La storia che si sviluppa in questa pièce di Scarpetta, in maniera differente dai più famosi allestimenti cinematografici, è quella di Felice Sciosciammocca (scrivano)e del suo caro amico Pasquale (ex salassatore).
I due, nel tentativo di dare una lunga pausa alla loro disperata miseria e fame, accettano la proposta di Eugenio, un giovane Marchesino, di fingersi suoi genitore e zio al cospetto del futuro suocero che, arricchitosi d’improvviso vorrebbe, prima di dare il suo consenso, conoscere i futuri consuoceri.
Eugenio non può perché i suoi veri genitori non vedono di buon’occhio il matrimonio del loro rampollo con Gemma che è “semplicemente” una ballerina e figlia di un ex cuoco diventato ricco per caso. Il piano viene ben congegnato e messo in atto, ma quando tutto sempbra svolgersi per il meglio, ecco le sorprese.
Una dopo l’altra faranno saltare la “messa in scena” nonostante i mille equilibrismi dello scrivano. Il finale come sempre è a lieto fine e sicuramente….conosciuto.
Note di Regia
Mettere oggi in scena Miseria e Nobiltà significa doversi confrontare con un film fin troppo noto che, in qualche modo ha contaminato l’identità del testo di Scarpetta, con il risultato che il pubblico che assiste allo spettacolo si aspetta di ritrovare battute, gag e caratteri che sono propri del film e che, invece, non fanno parte della commedia originale. Nel nostro allestimento abbiamo mirato a dare un’idea del teatro scarpettiano di fine ottocento, cercando di rispettare quella che era la filosofia del grande autore: fare ridere ad ogni costo.

Non è infatti la battuta in sé che porta al ridere; nel teatro di Scarpetta ciò che mette in moto il meccanismo comico sono le caratterizzazioni, le ridicolaggini di cui gli attori si servono per far vivere i loro personaggi. Questo è quello che abbiamo tentato di fare, ridicolizzare i caratteri e le situazioni nella speranza di divertire come si divertivano allora.

E’ l’attore e solo l’attore che si assume il compito di stimolare l’ilarità nel pubblico. Nessun contributo gli viene offerto dai costumi, che sono poveri e semplici nel primo atto e colorati e articolati nel secondo, o dalle scene che sono, stilizzate e scarne nell’arredamento, grige e scure nella miseria del primo atto, brillnti e chiare nella ricchezza del secondo. Per rendere la visione più fruibile e immediata lo spettacolo viene messo in scena in due atti anziché in tre come il copione vuole.

Nessuna o quasi nessuna modifica al testo che viene recitato interamente con ritmi e tempi serrati ma sempre con maschera e movenze dell’epoca scarpettiana.
 
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