Smanicalie - TeatroMio

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Smaniacalìe

Smaniacalìe, ovvero “Manìe”, “Smanie”, “Elucubrazioni”: non c’era un termine per rendere questa idea; e allora ne è stato usato uno che facesse capire ma che non fosse conosciuto, una parola insomma che non si trovasse su nessun vocabolario, inventata, praticamente, solo per dare il titolo allo spettacolo.
“Smanicalìe", …mi piacque l’assonanza; rendeva, a sentirla, il concetto che avevo in mente dello spettacolo.
Uno spettacolo che fa della parola, il principale strumento di racconto e di comunicazione. Non che volessi fare a meno della gestualità, del movimento o di qualsiasi altro elemento della recitazione, solo che, i pezzi che avevo scelto e ridotti per questo esperimento, erano racconti, riflessioni, monologhi/dialoghi in un certo senso smaniosi, maniacali, fatti e avvenimenti al confine tra la follia e il razionale.
Non era una messa in scena per “pazzi”, però, che volevo allestire, ma uno spettacolo dove lo scambio continuo di voci o il suono monotono di una stessa voce, il sovrapporsi o il susseguirsi dei racconti, desse l’idea della condizione di una “donna” sempre in conflitto, tra ciò che è e ciò che vorrebbe essere.
Una “donna”, prigioniera, ancora oggi (sebbene i personaggi appartengano a tempi passati), dei pregiudizi sociali. E’ l’idea della prigionia, (sottolineata anche nella scena: essenziale e in chiaro scuro) che rende le donne “smaniacali”, spingendole, in alcuni casi, al confine della ragione. Vittime o carnefici? O meglio: vittime e carnefici?.
Ho provato a spiegarmelo e a spiegarlo attraverso la comunicazione teatrale. Comunicazione di fatti, di pensieri, insomma di vicende femminili.
Il tentativo è appunto quello di entrare nell’universo femminile, usando dei personaggi ambigui, in mezzo tra il razionale e la follia, e uscirne arricchiti...
 
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